
In quei giorni faceva un certo clamore un film di produzione italo-francese, in cui il regista, anche sceneggiatore, e comunemente riconosciuto di medio-alto calibro, aveva fatto il botto introducendo più scene di sesso, di cui una tanto spinta da dubitare che fosse simulata. Fabio era scandalizzato. All’inizio sembrava che lo fosse per moralismo o sessuofobia. Invece era solo offeso dal cattivo cinema.
«Quelle scene non servono – diceva – né alla trama né al tema generale del film. Anche perché è la solita solfa dell’ipocrisia e dei vizi della buona borghesia parigina. Non lo sono neanche al cosiddetto “messaggio politico”, di cui faremmo volentieri a meno. Il film è la bellezza del racconto e basta a sé stesso»
«Il sesso – continuò con tono visibilmente cattedratico – è quasi sempre cassetta, con la scusa anche della provocazione. Solo in casi rari è necessario al dramma».
«Scusa – intervenne Ferruccio, che pure in parte conveniva – Al cinema si vede roba d’ogni genere, violenza, guerra, malattie, miseria, dolore, così come si vede felicità, amore, successo, insomma tutto il campionario delle vicende umane, perché il sesso no?»
«Tutte queste cose che hai detto, la guerra, il crimine, la miseria – rispose Fabio – sono categorie centrali,
il contesto della vicenda, anzi sono di volta in volta la vicenda. Il sesso no, è sempre accessorio e dev’essere ben dosato senza stonare».
Si alzò per versarsi della birra e allargò il suo sguardo al piccolo uditorio. Sosteneva il suo discorrere modulando in sintonia voce e movimento delle mani. Era in modalità “professore”, forse senza accorgersene: «A meno che il sesso non sia esso stesso la motivazione della trama, oppure sia proprio arte erotica, e allora ci vogliono veri maestri. Se si ci mettessero, sarebbero bravissimi i giapponesi. Non so se avete mai visto le stampe Shunga»
«In questo film – concluse – il sesso arriva senza ragione, messo apposta per spettatori bavosi»
«Certo, la tua logica fila – disse l’avvocato Corrado – sta a vedere se hai dato la giusta interpretazione»
«C’è di peggio – volle aggiungere Fabio – Se ci levi le scene di sesso, in quel film rimangono banalità: qualche ardimento nella regia e nei movimenti di macchina, ovviamente il regista sa il suo mestiere, e poco altro. I dialoghi restano scontati e i personaggi dimenticabili. L’autore non ha scuse, voleva solo fare scalpore e soldi»
«Dici questo perché il film è di sinistra, sei fazioso» insorse Gigi, spalleggiato da Maria.
«Senta, “signor maestro” – lo apostrofò questa con confidenziale canzonatura – è chiaro che in te agisce il pregiudizio politico»
«Il fazioso non sono io, siete voi – protestò Fabio – Per voi comunisti o pseudo – comunisti un film non è buono se non è didascalico. L’arte e la bellezza secondo voi devono essere subordinate all’ideologia, al contenuto pedagogico e, ancor meglio, al realismo socialista, secondo il criterio estetico di quel marxista sgangherato di Lukacs: il criterio del personaggio esemplare, il tipo che, eroe o vittima del suo tempo, ti fa ascendere dal particolare della sua storia personale all’universalità del sociale, dalla “estraniazione” delle convenzioni sociali alla consapevolezza del dominio della solita borghesia. Sì ai forti personaggi, per l’appunto tipici di Balzac, che peraltro era un conservatore, no invece ai flussi di coscienza di Proust o al tempo interiore di Bergson. Scusate la lezioncina»
«Già, quasi un’arringa, faresti la tua figura anche in un’aula di tribunale» intervenne l’avvocato, ridendo, che voleva dire la sua.
«Tornando al cinema, perdonami Fabio – intervenne Ferruccio.
– Se prendo la parola, penso al Fellini maturo, ai suoi “flussi visionari”, chiamiamoli così, al film filmico come usano dire certi critici. Lo vedi, te lo cali e lo assorbi. Messaggi, in mente, non te ne vengono proprio. Ma quando esci dal cinema, ti resta l’impressione del non dicibile, dell’onirico, di un non realismo poetico. Questa cosa a quei fessi dei comunisti non dovrebbe piacere, e invece si gasano, dicono che Fellini è un genio…»
«Ehi! – reagì Maria – Non ce l’avrai anche tu con me e Gigi che passiamo per comunisti e non vogliamo nella nostra valle voi parnassiani»
«No, voi non siete né fessi né comunisti – rispose Fabio – e sono sicuro che sul monte sacro ci salireste, l’arte per l’arte. Stimo la vostra intelligenza. Siete libertari e anelate agli ideali di eguaglianza e giustizia, che nulla hanno a che vedere con il comunismo e men che mai con quello sovietico. Ideali, i vostri, a cui si ispirava il socialismo riformista del “tuo buon collega” Turati – calcò sul “collega” con un sorriso ammiccante verso Corrado – Che se l’avessero ascoltato, oggi saremmo un paese migliore. E, sentite quello che vi dico, forse non ci sarebbe stato nemmeno il fascismo. In ogni caso voi sareste i primi a urlare come aquile se vi cadesse addosso un qualsiasi tipo di totalitarismo. Passereste subito alla Resistenza. E ora non m’interrompete più, fatemi continuare il mio sproloquio»
«Che volevo dire? – si riconcentrò l’Accolla, riaggiustandosi un po’sulla poltrona – Ah, sì… i fighetti boriosi di sinistra, teste di rapa, non capiscono una mazza, ma si sdilinquono ai film intellettuali, sparano citazioni da Filmcritica e da Ombre Rosse, che ora non esce più, ma se potessero, tirerebbero pomodori marci allo schermo, come fece, con arancini e gassose – al ricordo ghignò – il pubblico di un cinemino popolare quando molto temerariamente proiettarono L’anno scorso a Marienbad. Scuotevano le file dei sedili che a momenti li svellevano»
«C’erano le premesse di un’azione legale se si fossero individuati i facinorosi – intervenne Corrado – a parte che li avrei trascinati volentieri in tribunale imputandoli di spreco di risorse alimentari» nel dire così scuoteva la sua criniera leonina ridendo sonoramente.
«Un momento – intervenne di nuovo Maria, sorvolando sulla spiritosaggine – non rispondo sulle mie scelte politiche, ma la sinistra giusta, non i fighetti, un pezzo di ragione ce l’ha. L’arte non può sottrarsi alla finalità educativa e sociale, deve mostrare i limiti e i condizionamenti di una società, di un regime e delle sue maglie costrittive, che non sono necessariamente solo borghesi. L’arte deve contribuire ad aprire gli occhi. Il conformismo è alienazione e sta sempre a noi decidere se restarci o no. Che l’arte deve educare il popolo ce l’ha insegnato la tragedia greca, e si tratta di un’educazione che nei millenni è rimasta valida e invariata».
Vica intervenne e Ferruccio si girò a guardarla.
«Parlate di cose complicate che starebbero alla base di un film o di un prodotto artistico. Il consumatore finale, a quanto sento, dovrebbe essere condizionato dal messaggio, che se ne renda conto o no. Non crediate però che lo spettatore sia così manipolabile, capisce subito il film farisaico. Per quanto mi riguarda – continuò con voce ferma e pacata – giudico il film, impegnato o leggero che sia, dalla sua capacità di appassionarmi, dalla forza del racconto come diceva Fabio. Anche il cinema politico va bene, purché coinvolga. Fellini affascina, non hai bisogno di chiederti cosa voglia dire, ti godi le immagini e la musica di Rota. Se un film è buono, poi, lo capisci nei primi dieci minuti. Inoltre, la volgarità mi disturba»



