Città e Cittadinanza

La città, la creazione più antica e grande dell’uomo. Non materia inerte ma organismo vivente. Storia e identità. Vi abbia il governo dei virtuosi e il buon viverci


Lorenzetti Ambrogio Effeti del buon governo in citta
Lorenzetti Ambrogio Effeti del buon governo in citta

uno stato non consiste d’una massa, ma di persone propriamente diverse …  
(da Aristotele “Politica”)


L’individuo e lo Stato

La concretezza della democrazia la vive la singolarità del cittadino e non altri.

Spetta a lui il giudizio ultimo sulla sua vivente realtà, dell’esserci dentro per ogni giorno della sua vita. Cammini sgombri da guardiani del potere, arie civili limpide e odorose di libertà.

Se siamo o no in uno Stato di Diritto non chiedetelo all’opinionista dei piani alti, né al rappresentante della politica e nemmeno a quello delle istituzioni; che, queste, vita propria non hanno se non quella voi che gli avete dato, per la vostra utilità. Le istituzioni non sono templi, non sono chiese, non sono oracoli. Sono solo uffici al vostro servizio.

E i diritti, sia ben chiaro, hanno la loro unica incarnazione nella persona; è questa, l’individuo, il centro gravitazionale e il perno di ogni organizzazione sociale.

Il cucito della democrazia può tessersi solo attorno al singolo, ed è partendo da questa entità naturale che si arriva alla comunità, al pubblico e allo stato.

La persona precede lo stato.

È dalla persona che si va allo stato.

Se si cambia verso, se si presuppone lo stato al singolo, si marcia al dispotismo e l’individuo non c’è più, muore, sciolto nell’acido dell’indistinto “collettivo”.


Una città siciliana

Il mare è vicino e ne arriva il salmastro. Alla voglia d’un bagno, basta fare quei trecento metri e scavalcare la rugginosa ringhiera sugli scogli.

Sono le  otto di quel mattino, nessuna nuvola segna il cielo chiaro e il sole brilla tranquillo.

Sotto il 38° parallelo, giugno entra a estate fatta, la tenace estate siciliana che dura cinque mesi.

Le stradine mal asfaltate e polverose di quel borgo marinaro, insieme storico e vecchio, a quest’ora sono semideserte e silenziose.

Il borgo, spentasi da decenni la vitalità della pesca, odora ancora di genuino.

La sua scena, diroccata a chiazze, mostra malridotte case basse  di  pescatori, villette qua  e  là  e palazzetti dismessi, slarghi desolati e assolati, spiazzi pietrosi, giardini incolti, costoni di roccia.

Il quartiere, anche per la sua contiguità a una bella zona residenziale, una rigenerazione conservativa la merita e tanti sindaci l’hanno promessa. Invano.

Lo minacciano invece gli appetiti degli speculatori pronti da decenni ad azionare le ruspe anche in questa parte della città. Fanno resistenza l’inerzia dell’Amministrazione, i vincoli del Piano Regolatore, la Soprintendenza e gli ambientalisti.

La città ha cercato e cerca di fare del suo meglio: ampia, luminosa e calda, marittima e palmizia, il litorale sconfinato, la montagna. Un paradiso geografico. E poi, qualche decennio fa, esprimeva ottimismo, sembrava promettere un domani.

Mentiva, come il tempo avrebbe dimostrato.

Negli anni e nei decenni che si sono susseguiti, infatti, man mano che il futuro è andato svolgendosi nel presente, non è soffiato  il vento della crescita, non ha percosso l’aria il frastuono delle opere, non si sono alzate moderne architetture, non si sono diffuse la pacatezza rassicurante di nuovi civismi.

La sua umanità, emotiva e sanguigna, resta improduttiva, infingarda e canagliesca.

La città, a parte il selvaggio dilagare dell’abitato, ha attraversato il tempo rimanendo ostinatamente la stessa. L’humus sociale della prima ricchezza degli anni Sessanta, che sembrava fecondo, s’è andato col passare del tempo disseccando e crepando, i semi morenti nella zolla.

Com’è destino, d’altronde, per tutte le terre meridionali.

La zona intorno alla grande piazza del Golfo è la parte costiera della città e tra le più eleganti: i viali, le belle vetrine, gli edifici ben costruiti, le ville Liberty, il benessere del terziario e del buon affare e malaffare borghese.

Poi c’è la parte storica, anch’essa affacciata sulla costa, fatta d’antica architettura  e  tagliata  da  grandi  vie  e  vicoli, chiese  e  cupoloni, palazzi nobili con portali, tribune, cornici, atri, corti e giardini interni. Le loro forti facciate, continue una dopo l’altra, fanno quinte compatte sui selciati di basalto. Dietro queste ribollono mercati e fiere, bassifondi e suburre.

Infine, verso l’interno, la città scivola incontrollata nella sterminata pianura, là sfigurandosi, piatta, interminabile e disgregata, landa di case popolari, costruzioni terrane, edifici spontanei, gruppi di torri abitative, grandi piazzali, sequenze di depositi commerciali che sembrano paesi. È un territorio in cui corrono tangenziali e rettilinei ferroviari, volano sopraelevate e      svincoli generati  da equivoci appalti. Di notte in certe zone non brillano lampioni e insegne, ma solo le deboli luci di avamposti di polizia e carabinieri. C’è una popolazione eterogenea, masse di provinciali e profughi dalle campagne, famiglie di malavitosi e carcerati, stanze violente, cortili di droga, figlie già madri a tredici anni; ci sono le case degli ambulanti, gli agglomerati impiegatizi, le cooperative residenziali d’ogni categoria, compresi i condomini degli agenti di questura. Sessantamila abitanti stanziali di una iper-periferia appesa alla città centrale, ma da questa separata. Sono cittadini e non lo sono. Ed è una lontananza reciproca, perché i bravi borghesi in questi posti non ci mettono piede.

Una volta, un giovane Assessore aveva partecipato  al Consiglio di uno dei quartieri in cui è suddivisa questa città oltre la città. Vi ascoltò richieste, fu interrogato e rispose. Ebbe la sorpresa di trovare persone composte e rispettose, che lo accolsero come uno che voleva portare buone notizie. Parlò  con  calorosa  e giovanile sincerità di nuovi servizi, di un parco, di un padiglione per lo sport, di un Centro di Quartiere, di nuove linee bus. Erano cose vere, quanto vere possono esserlo le cose disegnate e scritte nel Piano Regolatore. Ma non era colpa sua se il Piano è carta e carta rimane, e se i piani particolareggiati non ci sono. «Però se qualcuno vuole fare qualcosa – si lamentò il Presidente, un tizio corpulento, impomatato e, a quanto sembrava, di buona istruzione – che so, una casa, un negozio, una ristrutturazione, ecco che il Piano Regolatore  si fa cosa viva, ti blocca e ti minaccia con le Norme d’Attuazione e con il Regolamento Edilizio». È questa una città siciliana, distante dalle capitali e dal capitale, colonia alla periferia del regno.

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Copertina Amedeo Modigliani, Ritratto di Paul Guillaume, 1915, Musée de L’Orangerie, Parigi. Alberto Pasqua, Il Borghese in sentimento

Sicilia, anni Ottanta. Ferruccio è un ingegnere trentenne, la cui vita subisce una svolta inaspettata dall’incontro con la bolognese Vica. Lui, di famiglia medioborghese, è un liberale, culturalmente avvertito, di coltivate letture e buon dicitore. Lei è una ragazza altoborghese, algida e di sobria raffinatezza. Emergono nel loro rapporto le differenze tra i due e l’ombra di un delitto rimetterà tutto in discussione.

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